Internet, l’illusione della libertà
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Un
nuovo pamphlet del collettivo di hacker libertari Ippolita smonta due luoghi
comuni sulla Rete: che sia uno strumento intrinsecamente democratico. E che
disporre di più informazione significhi automaticamente essere più liberi.
di Carlo Formenti
Già autori di feroci quanto argomentate requisitorie contro i “signori del Web”
(memorabili le dissacrazioni di Google
e Facebook),
nonché di puntuali ridimensionamenti di altri miti cari al “Popolo della Rete”
(vedi la disincantata analisi dei limiti dell’ideologia dell’open e del free) i
ragazzi e le ragazze del collettivo Ippolita (una comunità di hacker libertari) tornano a
colpire con un nuovo pamphlet (“La Rete è libera e democratica”. FALSO!)
appena uscito per i tipi di Laterza (nella collana Idòla).
In questo caso, tuttavia, il bersaglio non è solo un’applicazione, come un
motore di ricerca o un social network, né una comunità di prosumer, come gli
sviluppatori di software open source, bensì la Rete in quanto tale che, come
ricordano opportunamente gli autori, non si riduce al Web o ad altre
piattaforme informatiche, ma è fatta dell’insieme di tecnologie “hard”
(computer, cavi, satelliti, router, ecc.), “soft” (protocolli, programmi,
codici, ecc.) e “bio” (programmatori, utenti, imprese, ecc.) che convergono in
quell’immane e supercomplesso ambiente di relazioni umane e macchiniche che è
Internet.
In altre parole, con questo intervento, Ippolita alza decisamente il tiro, con
l’obiettivo di smontare due luoghi comuni che per la stragrande maggioranza
sono divenute veri e propri dogmi: 1) la Rete è uno strumento intrinsecamente
(cioè per natura) democratico; 2) disporre di più informazione significa
automaticamente essere più liberi. A tale scopo gli autori ricorrono a tre argomenti
(che corrispondono ad altrettanti capitoli del libro) che definiscono,
rispettivamente, ontologico, epistemologico e storico geopolitico (implicita
confessione del fatto che i loro percorsi formativi hanno seguito piste
accademiche oltre che tecnopolitiche).
L’argomento ontologico si propone di mettere a confronto l’immaginario (o, se
si preferisce, l’ideologia) che si è venuto costruendo nei primi decenni di
vita di questo medium, con ciò che la Rete effettivamente è. L’ideologia è
quella del cosiddetto Web 2.0, che descrive Internet come un ambiente
tecnoculturale aperto, “orizzontale”, in cui tutti possono attingere
liberamente a ogni genere di conoscenze, notizie e informazioni, e dove tutti
possono altrettanto liberamente comunicare, esprimere le proprie opinioni, idee
ed emozioni, costruire comunità, ecc. Viceversa la realtà, l’ontologia, della
Rete è quella di un ambiente tecnoculturale che ha dei padroni, in cui un pugno
di imprese controlla algoritmi e procedure che definiscono apriori che cosa
possiamo conoscere e cosa “vogliamo” comunicare. Si tratta, dunque, di un
livello di manipolazione ben più radicale e profondo di quello della vecchia
comunicazione pubblicitaria, perché il controllo viene esercitato apriori e non
a posteriori. Non si tratta, cioè, di orientare l’intenzionalità
dell’utente-cittadino-consumatore (o netizen come si preferisce definirlo
nell’era digitale) bensì letteralmente di produrla.
Passiamo all’argomento epistemologico. Qui il bersaglio polemico sono gli
slittamenti semantici che fanno sì che il concetto di libertà finisca per
essere identificato con il concetto di trasparenza, e che l’opinione
maggioritaria finisca per divenire sinonimo di qualità, o addirittura di
verità. Esaminando criticamente l’ossessione della trasparenza di Wikileaks, la
mania del Movimento 5Stelle per le votazioni online e il funzionamento
dell’algoritmo Page Rank che ispira le risposte di Google alle domande dei
propri utenti (fondato sull’assunto che quanto più è elevato il numero di link che
“puntano” su una pagina tanto più debba essere considerato “vero”, o almeno
attendibile, il suo contenuto), gli autori fanno capire come queste
semplificazioni finiscano per appiattire la realtà, neutralizzandone le
stratificazioni e le contraddizioni e quindi riducendo drasticamente, invece di
aumentare, la nostra capacità di comprenderla.
Infine l’argomento storico-geopolitico. Tornando alle radici della democrazia,
cioè alle idee, alle pratiche e alle istituzioni che la Grecia classica
associava a tale concetto, Ippolita dimostra come il principio di isonomia
(cioè la distribuzione egualitaria di risorse, opportunità, diritti e doveri
fra cittadini) su cui tutto ciò si fondava abbia ben poco da spartire con il
mondo dei Big Data in cui viviamo, un mondo in cui gli stati nazione hanno
consegnato il bastone del comando nelle mani dei signori del codice, siano essi
multinazionali informatiche, governi dispotici o altro. Un mondo in cui siamo
sì tutti “uguali”, ma solo perché sottoposti al medesimo “stato di eccezione di
massa”. “La tensione suicida a contribuire alla Rete” concludono
pessimisticamente gli autori, “suona quindi come la campana a morto
dell’autonomia individuale e collettiva, come la resa totale alla tecnocrazia…
costituitevi ed entrate nella Democrazia Digitale, è la Rete che ve lo chiede”.
* * *
LA DISONESTÀ DELLA TRASPARENZA TOTALE
di
Ippolita
Un estratto da “La Rete è libera e democratica”. FALSO! di Ippolita
(Laterza), da www.laterza.it
Come guadagna Google? Più in generale, come è possibile che tutti i servizi
della Rete (ovvero del Web 2.0), Facebook e Twitter, LinkedIn e WhatsApp, G+ e
Skype, tutte le miriadi di giochi e applicazioni, siano gratuiti? Tale è la
promessa della democrazia senza sforzo, della libertà a costo zero, o meglio
esentasse (per i padroni digitali).
La moneta con cui paghiamo il prezzo di tutto ciò siamo noi, sono i nostri
percorsi, le nostre esplorazioni, la nostra unica e inimitabile impronta
digitale, e Google ha anticipato i tempi fornendo un nuovo modello di business
che sta cambiando le aziende produttrici portandole a realizzare «prodotti di
massa personalizzati». Oggi chi vuole fare profitto si adegua rapidamente.
I servizi che usiamo li paghiamo con qualcosa di più prezioso del denaro: le
nostre informazioni personali e quelle dei nostri amici. Ogni volta che
utilizziamo i servizi 2.0, così come tutte le altre dozzine di applicazioni
collegate, in ognuno di quei momenti stiamo regalando informazioni su noi
stessi. Questa pratica si chiama profilazione e ufficialmente viene usata per
proporci pubblicità mirate. Se siamo terroristi, pericolosi per la democrazia e
la libertà, vengono fornite alle agenzie che ne fanno richiesta, ma intanto
ogni nostro movimento viene registrato e il dossier digitale di ciascuno di noi
cresce a dismisura.
Noi non abbiamo alcun controllo su quei dati, non sappiamo nemmeno come vengano
gestiti ed è curioso che ci si preoccupi tanto del controllo esercitato da
parte dello Stato e delle sue agenzie, a partire da quelle fiscali, e così poco
del controllo applicato dai nuovi padroni digitali. Il nitore «googliano», così
come la trasparenza relazionale che Facebook propone e impone, fa da contrasto
al completo occultamento dei sistemi tecnici e dei dispositivi economici.
La trasparenza totale, propagandata come stile di vita onesto, è una
trasparenza del nulla, poiché chi è responsabile del servizio si sottrae a
qualsiasi confronto. Provate a chiedere conto a Facebook di come tratta i
vostri dati; provate a chiedere a PayPal perché vi ha bloccato il conto. Se
siete abbastanza influenti è possibile che vi rispondano, ma non prima di
avervi fatto firmare un apposito Non-disclosure agreement (Accordo di
riservatezza): la trasparenza vale per la massa, non per i sistemi di potere, e
l’ingegneria sociale sottesa alla piattaforma rimarrà dissimulata, negata,
materia per la tecnocrazia.
Questa vigilanza costante sui flussi digitali in tutto il globo fa girare
parecchio denaro. L’industria dei meta-dati e del profiling legato alle
tecniche di data mining è tutto ciò che non riguarda il dato in sé, ma il
complesso delle informazioni che vi ruotano attorno: chi, dove, in relazione a
cosa, in quale stato emotivo.
Oggi si parla di Big Data come del nuovo filone aurifero dell’economia
informatica: questo tipo di mercato fa affidamento sull’inconsapevolezza
dell’utente, sulla leggerezza con la quale espone le sue informazioni
personali, sull’entusiasmo con cui le fa circolare insieme a quelle di coloro
che lo circondano, mentre è diventato urgente elaborare una visione
complessiva, trasversale, critica, e bisogna insistere sulle pratiche di
autoformazione e autodifesa digitale.
Internet non si sta espandendo e arricchendo; Google non sta rendendo il mondo
più democratico; Facebook non ci sta rendendo migliori; Apple non ci sta
facendo diventare creativi; Amazon non sta ampliando la nostra possibilità di
scelta; Twitter non è il nostro orecchio sulle rivoluzioni in corso. Ci sono
solo un pugno di protagonisti, i nuovi padroni digitali appunto, i grandi
mediatori informazionali, che ricombinano lo spazio in sotto-reti comunitarie
sempre più omogenee.
I preziosi meta-dati foraggiano una fetta notevole dei mercati finanziari.
Mentre in tutto il mondo infuria la più virulenta crisi economica dopo la
Grande Depressione, l’andamento complessivo dei titoli borsistici di natura
tecnologica (riassunti dall’indice Nasdaq) è decisamente al rialzo: è dal
crollo del 2009 (comunque di portata minore rispetto a quello delle dot com
avvenuto nell’aprile del 2000) che la crescita procede senza sosta. Solo i beni
di lusso hanno conosciuto una crisi più blanda.
Non è difficile intuire come, una volta costruite le infrastrutture, sia
possibile dirigere in maniera eterogenea le masse, instillando desideri indotti
(un nuovo iPhone quando non abbiamo ancora finito di pagare quello vecchio),
stimolando a fornire sempre più informazioni (il tuo numero di cellulare per
accedere «con maggior sicurezza» al tuo account) e così via...
Così facendo si ottiene una vera e propria «formazione a distanza» all’utilizzo
di sempre nuove piattaforme e dispositivi: è la nuova Paidèia Commerciale nella
quale impariamo a essere cittadini-consumatori. Tale formazione è permanente
grazie alla perenne prossimità dei dispositivi: chi dorme con lo smartphone
vicino? Chi si disconnette mentre è impegnato in attività ludiche, o persino
sessuali?
Nulla di nuovo per chi conosce la pervasività del bio-potere, anche se le
modalità con cui la creazione spontanea di senso viene convogliata e messa in
produzione sono sempre più sofisticate. Ma il mondo di Internet non è solo
messa a profitto della libido, non è uno spazio-tempo consacrato solo al dio
denaro, ci sono un sacco di altre cose. Sta a noi cercarle.
[...] Ci vuole un cambio di mentalità, nuovi approcci etici ed estetici, magari
a cominciare dall’uso del buon vecchio software libero, che non è la panacea
d’ogni male, ma un ottimo inizio.
(25 giugno 2014)